Descrizione
La mostra, curata da Gianni Mercurio con Wolfgang Becker e Louis K. Meisel, con la direzione artistica di Mirella Panepinto, presenta una vasta selezione di opere (oltre cento dipinti) provenienti da collezioni europee e americane che ripercorrono il lavoro dei più importanti pittori iperrealisti americani dagli anni Settanta a oggi, con una sezione riservata a giovani artisti che hanno aderito a questa tendenza. Il catalogo, edito da Viviani Arte, contiene saggi di Wolfgang Becker, Carlo Fabrizio Carli, Leda Cempellin, Gianluca Marziani, Louis K. Meisel e Gianni Mercurio. L’iperrealismo è una tendenza artistica manifestatasi alla fine degli anni Sessanta in America e in Europa, alla quale singole individualità artistiche hanno aderito conservando peculiarità personali sia nella scelta degli oggetti che della tecnica della rappresentazione, come avvenne per gli artisti della pop art che li precedettero; da quest’ultima indubbiamente l’iperrealismo discende non solo per l’affinità nelle scelte tematiche ed iconografiche, ma sopratutto per la condivisione di una delle strategie di base del pop, cioè di rappresentare un dipinto come una replica fedele in due dimensioni di un’immagine esistente.La pop art è in sostanza il precedente che ha reso possibile l’iperrealismo: il suo stile “supervisivo”, la sua estetica radicata negli artefatti visuali della cultura di strada, è impensabile senza l’antefatto pop. Nelle tematiche iperrealiste convergono quindi figurazioni oggettuali, mezzi di comunicazione, vita quotidiana nelle sue manifestazioni più banali, paesaggi urbani: la corrispondenza è evidente; ma, ancora, “la pop art – nelle parole di Alberto Boatto, già nel 1967- accentua la sua attenzione sull’immagine o, meglio, finisce per abolire ogni distinzione canonica tra oggetto ed immagine, giacché nella civiltà dei mass-media, predominando su ogni altro aspetto della realtà quello visivo, tutto è immagine o viene ridotto ad immagine”. Gli iperrealisti (in America “photorealists”) pongono alla base del loro lavoro l’utilizzazione dell’immagine fotografica quale “soggetto” dell’immagine pittorica e nel “dialogo” tra pittura e fotografia essi hanno come obiettivo il ricevere e restituire informazioni oltre quelle percepibili dall’occhio umano. La fotografia per gli iperrealisti è il miglior soggetto che si possa pensare: è immutabile, assoluta, dunque autonoma e incondizionata, senza alcuno stile; di qui il senso di totale spersonalizzazione dell’immagine, di assoluta asetticità, che prefigura tuttavia una certa astrazione, nonostante la resa di scene “più vere del vero” caratterizzate da una fredda perfezione illusionistica. Il risultato conduce ad una perdita, rispetto alla pop art, della carica destabilizzante e metaforica, “animatrice o dissacratrice del reale”, che si diluisce in posizioni tautologiche nella riproposizione sulla tela di immagini di “seconda generazione”, in un autocontrollo che produce la perfezione del gesto e l’assenza di gestualità.
Il rapporto con la realtà si riduce ad un rapporto visivo, privo di sensazioni, marcando così il distacco dal realismo urbano americano degli anni ’30 e ’40, che pure è stato individuato quale altra poetica generatrice dell’iperrealismo.
Il carattere di pura mimesi di una realtà di seconda mano (la fotografia), ma soprattutto la volontaria sospensione di ogni giudizio critico su ciò che è rappresentato, in anni di arte concettuale, critica radicale e di snobismo culturale, come furono appunto gli anni ’70, hanno attirato sugli iperrealisti spietate stroncature e feroci attacchi (ricordiamo qui, solo per citare gli italiani, Gillo Dorfles e Giulio Carlo Argan), ma anche interpretazioni e approfondimenti critici convincenti (Corrado Maltese e Italo Mussa).
La mostra offre l’occasione, a più di trent’anni di distanza dalla sua “nascita”, di una rilettura distaccata e forse più aderente














