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E FECE BUONA MORTE. Memorie sui condannati alla pena capitale a Firenze in due Libri neri inediti del Settecento. A cura di Carlo Fabbri.

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COD: 9788875420208 Categorie: ,
Peso1,50 kg
ISBN

Editore

Anno di pubblicazione

2004

Firenze, Aska, 2004. Cm. 24×17;, pp. 282, tavv. 32 a col. f. t., br. e sovrac.

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Descrizione

«… e fece buona morte». La frase, che ricorre spesso nei manoscritti pubblicati in questo secondo volume della collana Ad Fontes, si riferisce ai condannati alla pena capitale i quali, confortati a dovere dai fratelli incappucciati della Compagnia dei Neri, si erano accinti al «passaggio» forzato riconciliati con Dio. Non a tutti i «pazienti» era però riservato il privilegio di essere sepolti cristianamente in chiesa; in molti casi i «quarti», cioè i pezzi del corpo di chi aveva commesso i reati più gravi (più spesso solo la testa), restavano sospesi fino al disfacimento sulle forche oppure sui pali appuntiti nello stesso patibolo o nei luoghi dov’erano stati commessi i delitti; per non parlare degli «eretici», le cui ceneri, dopo le fiamme del rogo, venivano disperse nell’Arno. Chi poi buona morte non faceva e non era squartato finiva sotto terra in una fossa scavata alla meno peggio lungo le mura, nel tratto che è oggi occupato dalla caserma dei Carabinieri, dall’Archivio di Stato e da piazza Cesare Beccaria, intitolata non a caso al grande illuminista paladino dell’abolizione della tortura e della pena di morte.
Quanti condannati morirono infine innocenti, magari per colpa di un «fiscale» fanatico? Basterà per tutti citare il caso di Giuseppe Pacini da Dicomano, accusato ingiustamente dalla moglie di aver stuprato la figlia. Le esecuzioni erano al tempo stesso una pubblica vendetta e uno spettacolo cruento, degno delle efferatezze che si perpetravano anticamente negli anfiteatri romani, uno spettacolo «di strada» che cominciava il più delle volte al Bargello e si concludeva fuori delle mura, al «pratello», dopo un lungo percorso tortuoso, effettuato a piedi o sulla carretta attraverso le vie cittadine fra la gente che urlava al passaggio del reo; se però il boia, durante l’esecuzione, lo faceva patire, la folla prendeva lui a sassate: in almeno un’occasione il carnefice per un fatto del genere ci rimise la vita.

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