Descrizione
Il catalogo che accompagna gli 83 tra dipinti, sculture e grafiche, proporrà una nutrita documentazione bibliografica delle opere e degli artisti, con un’ampia rappresentazione dell’ambiente artistico livornese all’inizio del XX secolo e dei suoi molteplici contatti nazionali e internazionali. I testi critici sono di Luigi Cavallo, Dario Durbé, Gianfranco Magonzi e Michele Pierleoni. Saranno esposti lavori di Adriano Baracchini-Caputi, Giovanni Bartolena, Benvenuto Benvenuti, Eugenio Caprini, Ettore Castaldi, Mario Cocchi, Charles Doudelet, Umberto Fioravanti, Gabriele Gabrielli, Giulio Ghelarducci, Moses Levy, Ulvi Liegi, Manlio Martinelli, Corrado Michelozzi, Amedeo Modigliani, Renato Natali, Mario Puccini, Gastone Razzaguta, Gino Romiti, Carlo Servolini, Alberto Zampieri e Giovanni Zannacchini. “In Toscana, tra il Caffè Michelangiolo, covo fiorentino dei Macchiaioli e le Giubbe Rosse, approdo dei futuristi, – ha scritto Luigi Cavallo nel testo che apre il ricco catalogo della mostra – dobbiamo ricordare un altro crogiuolo di fusione artistica e letteraria, il Caffè Bardi, che a Livorno dal 1909 al ’21 fu luogo di incontro che favorì presenze di creatività e di polemica da considerare sul piano nazionale e oltre. Personalità artistiche, talune di cospicuo coraggio formale e inventivo, che non rincorrevano, tuttavia, gli azzardi delle avanguardie nostrane o d’Oltralpe.” Stimolante e fecondo l’intreccio di arti e artisti che si stabilì ai tavoli di quel Caffè, in angolo tra via Cairoli e piazza Cavour: letterati, musicisti e autori teatrali, scultori e soprattutto pittori, e come richiama ancora Cavallo, “Alcuni di essi, già formati, temperavano esperienze ed energie di un post-impressionismo visitato in modo diretto; altri proiettavano nel clima del simbolismo europeo i loro caratteri portati a una concezione esoterica dell’arte. Misure diverse di linguaggio che nei personaggi più rappresentativi – Natali, Puccini – si espandeva fin verso una concezione rivitalizzata del naturalismo che aveva preso umori dai fauves, magari ponendo premesse a quel Novecento sarfattiano, e comunque saltando di netto le avventure cubofuturiste.”














